Brundarte

di Francesco Guadalupi – Arte e Storia nella provincia di Brindisi

S. Giovanni al Sepolcro – Storia di un’indagine archeologica

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L’indagine archeologica della Soprintendenza pugliese
È opinione concorde che S. Giovanni al Sepolcro (QUI il nostro articolo sulla sua storia e sulla struttura del tempietto), sotto diversi aspetti, rimanga un edificio denso di interrogativi ed incognite e dunque pieno di fascino, mirabile sintesi fra simbolismo orientale ed architettura occidentale, sveva, rappresentando il “Castel del Monte del Salento”, così come mostrerebbero i rapporti geometrici e i caratteri stilistici messi in evidenza da Jurlaro (vedi scheda successiva).
La storia del tempio si lega alla presenza degli ordini militari religiosi a Brindisi: i Teutonici, i Templari ed i Gerosolimitani  (ovvero del Regno di Gerusalemme ndr) , riflettendone il simbolismo architettonico e rappresentando uno dei casi di riproposizione in chiave locale di modelli architettonici gerosolimitani, derivanti dalla Rotonda della basilica della Resurrezione a Gerusalemme.


Nella generale crescita d’interesse dei pellegrini verso i luoghi della Terrasanta, lontani e difficili da raggiungere, i monumenti più significativi della Passione, nel nostro caso il Santo Sepolcro, venivano evocati mediante riproduzioni in loco.
Il tempio di S. Giovanni appartenne all’Ordine dei cavalieri del Santo Sepolcro sino al 1484, quando fu estinto con bolla di Innocenzo VIII e i beni furono incamerati dai cavalieri Gerosolimitani, detti anche Giovanniti, di Rodi e poi di Malta, a seguito della bolla di Alessandro VI Borgia.
Il tempio rimase in stato di abbandono sino al 1878 quando, per interessamento dell’arcidiacono Giovanni Tarantini, fu venduto al comune di Brindisi, attuale proprietario.
La presenza dei canonici del Santo Sepolcro nel tempio è documentata dalla bolla di Celestino II, del 10 gennaio 1144 “Ecclesia Sancti Sepulchri in Brundisina civitade cum pertinentiis suis” e confermata dalla bolla di Lucio II nel 1182. In questo periodo è da ritenere già esistente l’impianto attuale, verosimilmente edificato dopo il 1089, che segna la presa di possesso normanna della città ed il ripopolamento della stessa mediante il rientro degli abitanti dalla Zona Cappuccini e l’inizio di nuove costruzioni come la cattedrale, inaugurata dal papa Pasquale II, e il monastero di S. Benedetto.
Qualcuno ha voluto sottolineare la straordinaria somiglianza della planimetria di S. Giovanni al Sepolcro con l’Anastasis di Gerusalemme, costituito da un duplice giro di colonne su impianto circolare, coperto da cupola, edificato su precedenti basi dall’imperatore Costantino nel IV secolo d.C., secondo modelli costruttivi ed architettonici ripresi dalla tradizione romana tardoantica, riscontrabile prima nei ninfei, a pianta poligonale o circolare, poi nei battisteri.

Gerusalemme, Basilica del Santo Sepolcro.

È noto che i canonici del Santo Sepolcro, sino all’arrivo dei francescani nel XIV secolo, detennero la custodia dei luoghi santi e di vari complessi edilizi per l’ospitalità e l’accoglienza dei pellegrini. Ed è proprio questo Ordine monastico che sviluppa progressivamente, in Italia ed in Europa, la costruzione di ospizi, commende e grancie, unitamente all’espansione dei possedimenti, e contribuisce a diffondere modelli architettonici derivanti dal costantiniano tempio del Santo Sepolcro di Gerusalemme, nonche’ da moschee ed edifici orientali, influenzando altresì la produzione scultorea e decorativa in genere con caratteri derivanti dal repertorio figurativo di quelle terre, che s’innestarono con la tradizione in loco.
Numerose le testimonianze della presenza dei canonici del Santo Sepolcro a Brindisi, data l’attività del suo porto, testa di ponte con l’Oriente durante le crociate, ed il costante collegamento con le repubbliche marinare.
Possedimenti dell’Ordine in Puglia sono rintracciabili a Brindisi, Barletta, Troia con le rispettive omonime chiese, e a Santa Maria del Balneo in Andria.
La riduzione della sede brindisina a semplice dipendenza della commenda di Barletta determinò il minore interesse dei canonici verso le proprietà locali, dal 1496 passate all’Ordine Gerosolimitano, e man mano abbandonate e lasciate prive di manutenzione.
I Cavalieri lasciarono al loro destino S. Giovanni dei Greci (la chiesa nel Seicento risultava aperta e con pavimento sconnesso) e S. Giovanni Sepolcro, passate alla commenda magistrale di Maruggio.
Nel 1609 infatti, quest’ultima chiesa risulta in abbandono, come si evince dalla descrizione fatta da due visitatori, per conto della sacra congregazione del Concilio. S. Giovanni al Sepolcro, grancia della commenda di Maruggio, appare “ornata da colonne con fini marmi e per non fare chiave alla porta è esposta ad animali et a chi vuol entrarvi; vi sono nate dentro fichi, spine ed è una pietà a vederlo”.


Nell’ultimo cabreo o inventario della Grancia risalente al 1777, dopo i terremoti del 1743 e 1745 che molto probabilmente determinarono il crollo delle volte, il tempio viene così descritto: “Tiene figura rotonda e vi sono in mezzo sei colonne di marmo che sorreggono il tetto di canne e tegole; vi è un solo altare, una sepoltura, due fonti battesimali e la sagrestia dietro l’altare” (quest’ultimo rimosso nel 1878).
Il Riedesel, viaggiatore tedesco in Puglia verso la prima metà del Settecento, visitò la chiesa e affermò che l’edificio era coperto dalla volta sostenuta da colonne in marmo. Tale affermazione è particolarmente interessante poiché attesta l’originaria copertura a semicalotta, le cui tracce s’intravedono, ancora, in una foto del 1878, data dei primi lavori di recupero; in questo documento risulta che l’edificio era totalmente privo di coperture, si notavano tracce dell’imposta della calotta centrale e, ad est, appariva un campaniletto a vela con unico fornice, di fattura sei-settecentesca; aperta la porta d’ingresso, crollata la parte superiore della facciata e del protiro, l’edificio si presentava in uno stato di completo degrado, invaso dalla flora spontanea.

Brindisi. Chiesa di S. Giovanni al Sepolcro. Esterno prima dei restauti. Foto Barbieri – da “La Patria” di G. Strafforello. Torino 1899. Fototeca Briamo presso Bibl. Arcivescovile De Leo

Si devono all’opera dell’arcidiacono Giovanni Tarantini l’acquisizione del monastero da parte dell’amministrazione comunale e l’esecuzione dei lavori di ricostruzione della copertura a tetto, impostata su alto tamburo (cancellando le preesistenti tracce di volta centrale) per accogliere il museo archeologico, dal 1880 al 1955.
Tali interventi comportarono, inoltre, la demolizione del campanile a vela, la ricostruzione della parte superiore della facciata, il nuovo tetto a capriate radiali, la demolizione della sagrestia; lo spazio circostante divenne di proprietà privata; venne lasciata, quale pertinenza del tempio, una fascia esterna lungo il versante occidentale, larga circa tre metri.

Prospetto nord

Giardino retrostante il fronte sud della chiesa

Sezioni e piante

Analisi tipologica
La zona dove, nell’XI secolo, sarebbe sorto il tempio, nell’Alto Medioevo risultava periferica rispetto all’agglomerato urbano — che dal porto arrivava sino all’altezza di piazza Duomo — quindi luogo di discarica — come attesta la presenza di numerosi butti (a) — e in seguito area cimiteriale. È probabile che fossero visibili ancora le rovine della domus d’età imperiale (III Sec. d.C.) e che i materiali di spoglio (conci, rocchi di colonne, capitelli, basi ecc.) siano stati riutilizzati per l’edificazione della nuova struttura. Nel Settecento risulta al centro dell’area edificata descritta nelle mappe spagnole.
L’impianto planimetrico del tempio, dato da una rotonda secata ad oriente da parete triabsidata, configura una staffa di cavallo con vano centrale diviso da sei colonne dal deambulatorio (b), in modo tale da apparire una basilica rotonda, atipica nel panorama costruttivo ed architettonico regionale. Il Kugler afferma infatti che S. Giovanni al Sepolcro è un edificio rotondo che si rifà al concetto di basilica, in cui il vano centrale assolve a funzioni di aula maggiore, il deambulatorio a quelle di navate minori laterali terminanti entro absidi semicircolari, fiancheggianti l’abside centrale, rettangolare.

Interno

Costruito interamente mediante il riutilizzo di materiali di recupero da preesistenti edifici romani e tardoantichi, quali conci megalitici in carparo (muratura interna) ed in pietra calcarea tipo Carovigno (paramento esterno), di dimensioni decrescenti dalla base sino al tetto, la struttura del tempio sviluppa in alzato un giro di sei colonne interne, in marmo verde e cipollino (c), alcune monolitiche ma non complete altre colonne sono ricavate dalla sovrapposizione di due o tre rocchi, coronate da collarino e capitelli sia corinzi (originali) in marmo bianco, sia cubici, arrotondati agli angoli inferiori e ornati da dentelli in alto, appartenenti al periodo medievale, su cui s’impostano una serie di archeggiature a tutto sesto di sostegno alla cupola, priva di pennacchi. Ad esse si collegano altrettanti archi radiali, collegati ai pulvini delle sei colonne incassate nella muratura, contenendo le spinte dalla cupola sulla muratura perimetrale.
Ad occidente, di fronte all’abside, sì apre un primo ingresso, il più antico, ornato da pregevole portale in pietra calcarea arricchito da bassorilievi raffiguranti motivi zoomorfi e geometrici d’influenza arabeggiante.
Un secondo ingresso, ornato da portale simile al precedente, si apre sul versante nord, in direzione della piazzetta di S. Giovanni; gli si addossa un protiro con leoni stilofori e arco a tutto sesto cuspidato. Un terzo portale, di più semplice fattura, attualmente murato, si apre verso il giardino retrostante, a mezzogiorno, caratterizzato da architrave modellata e dentellata.
L’apparecchiatura muraria perimetrale accoglie aperture strombate; la facciata esterna è scandita da lesene, piatte e semicircolari, di derivazione lombarda, impostate su basamento con cornici scanalate, in pietra. I conci calcarei presentano graffiti e segni, fra cui quelli per la lavorazione alla gradina, utilizzata per sagomare le curvature della rotonda.

Planimetria generale dopo gli scavi archeologici

Le superfici murarie interne, in conci regolari di carparo, presentano palinsesti di affreschi su tre strati, ascrivibili ad un periodo compreso fra il XIII ed il XV secolo. (..)
Benita Sciarra, nel 1969, rivestendo la carica di ispettore onorario ai monumenti per la città di Brindisi e direttrice del museo archeologico, effettuò tre saggi di scavo, due all’intemo del tempio, uno nel retrostante giardino, mettendo in evidenza un livello musivo romano, appartenente ad una domus più ampia dello stesso tempio, ubicata a poca distanza dal decumano, configurato nell’attuale via Tarantini, distante circa 30 metri.
I lavori di scavo condotti nell’intera area interna del tempio, dal 1992 al 1995, dalla cooperativa Cast di Bari, seguiti in loco dalla dott.ssa Benedetta Braccio, con la direzione scientifica della dott.ssa Assunta Cocchiaro, funzionaria della Soprintendenza Archeologica di Taranto, hanno consentito di far luce sulle vicissitudini cronologiche e sui caratteri tipologici e storici dell’area e dell’edificio, che vengono di seguito esposti, ponendo la parola (fine) alle ipotesi più disparate”.
La domus d’età imperiale (risalente al II-III secolo d.C.), della quale sono stati individuati resti murari (altezza media 2.50 m) di alcuni vani, molto probabilmente coperta da tetto con manto in coppi, rinvenuti in gran quantità, con piano pavimentale in mosaico posto a quota 2.30 m dall’attuale livello di marciapiede, dovette subire gravi danni o la demolizione durante la distruzione della città nel 674 ad opera di Romualdo, duca longobardo di Benevento. ln tale circostanza, la popolazione abbandonò Brindisi, rifugiandosi nelle terre vicine, mentre il vescovo si trasferì ad Oria, ritenendo la città non più sicura.
Inizia la decadenza della città, abitata da poche persone concentrate nel luogo dell’antica agorà, attorno al porto, ed il decadimento delle strutture romane, che vengono man mano spogliate per ricavare calce dalle pietre e materiali per nuovi edifici. L’area intorno al tempio di S. Giovanni diventa man mano periferica alla città altomedievale e viene utilizzata sia come discarica (lo confermano i numerosi butti incassati nel pavimento della villa romana) sia come cimitero cristiano, come attesta la presenza di numerose sepolture terragne, “a fossa”. Quest’ultima tradizione continuò anche con l’erezione della chiesa risalente a dopo il 1071, data che segna la ricostruzione della città voluta dai Normanni, che vi riportano la sede vescovile da Oria e poco dopo, nel 1089, iniziano la costruzione della nuova cattedrale.
Il giro di colonne interne, le mutazioni fondali e la parete perimetrale, dallo spessore medio di 1.20 m, apparecchiati con blocchi irregolari di carparo di diverse dimensioni, sbozzati e posti in opera a secco, legati da sola terra, su alcuni filari, impostati su una base muraria di pietrame a secco, alta circa 50 cm, risultano pressoché coeve alla fabbrica sub divo. Non emergono inoltre parti o elementi di impianto diverso da quello visibile, poiche’ il perimetro murario fondale corrisponde a quello in elevato.
Si può affermare quindi che il tempio di S. Giovanni al Sepolcro è stato costruito verso l’XI secolo, ex novo, su area periferica, rilevata dai canonici del Santo Sepolcro, probabilmente per essere adibito a cimitero dello stesso Ordine, come si evince dall’alto numero di tombe e fosse comuni rinvenute.

Saggio di scavo effettuato all’interno della chiesa

Interno, resti di una Domus romana

Piano pavimentale in mosaico appartenente alla Domus romana

Particolare della pavimentazione musiva

Saggio di scavo effettuato nella fondazione perimetrale esterna

I recenti restauri
I restauri condotti dal 1989 al 1998 hanno consentito il consolidamento statico delle strutture del Tempio e di continuare le fasi di scavo relative alla Domus, di cui si è ripristinato il piano pavimentale interno, avendo cura di garantire la possibilità d’uso e fruizione dei luoghi ipogei.

Scavo archeologico alla base delle colonne

Intervento di restauro alle colonne e ai capitelli

Consolidamento delle strutture con barre d’acciaio e colate di calce

Consolidamento delle strutture con barre d’acciaio e colate di calce

La relazione si conclude con l’augurio della Soprintendenza della Puglia (purtroppo a tutt’oggi inascoltato ndr) che “a breve l’Amministrazione Comunale pervenga all’acquisizione del giardino retrostante il Tempio, area verde nel cuore del centro storico, in modo tale da creare un vero e proprio parco archeologico nel pieno centro della città, attraverso una ideale passeggiata che da Piazza S. Giovanni conduca al corridoio esterno, quindi al Tempio e da qui, mediante la stompagnatura del terzo portale, al giardino attiguo, nel quale si dovrà necessariamente portare alla luce l’impianto della Domus romana”.

Area di pertinenza del Tempio che attualmente funge da deposito per alcuni reperti archeologici

 

Giardino retrostante

 

 

Giovanni Matichecchia

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Note sull’indagine archeologica
Il documento più antico relativo alla chiesa risale al 1144, una bolla di Celestino II nella quale la chiesa brindisina “Sancti Sepulchri” con le sue pertinenze viene confermata ai canonici regolari del Santo Sepolcro. Anche in altri documenti contenuti nel Codice Diplomatico Brindisino, che vanno dal 1187 a1 1362, la chiesa è sempre menzionata come “ecclesia Sancti Sepulchri”.
Solo alla metà del XVIII secolo risalgono le prime menzioni del monumento come “chiesa di S. Giovanni”. Il passaggio all’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme è il motivo presumibile della nuova denominazione.
L’attuale nome di S. Giovanni al Sepolcro serba memoria della storia dell’edificio nel tempo; la più antica intitolazione è sopravvissuta nell’indicazione topografica “al Sepolcro” che esprime il legame architettonico e culturale della fabbrica normanna con il modello gerosolimitano dell’anastasis.
Lo scavo esteso dal 1993 al 1995 a tutta l’area della chiesa e condotto per successivi sottocantieri, per evidenti necessità di verifica strutturale delle murature via via messe in luce, ha permesso di accertare che la fondazione perimetrale e la fondazione del colonnato interno della chiesa sono coeve e non riutilizzano alcuna parte di muratura ascrivibile ad un periodo anteriore alla fondazione dell’edificio medievale; non sono infatti emersi resti architettonici a pianta circolare di età romana o paleocristiana. I resti romani individuati sono riferibili ad una domus, che sembra subire dei rimaneggiamenti in un periodo piuttosto prossimo alla sua realizzazione.
Nell’area dell’absidiola settentrionale dell’edificio si sono poi rintracciati i resti di una calcara (d), obliterati in parte dalla posa in opera delle fondazioni della chiesa.
La collocazione di questa struttura nella stessa area della domus fa supporre che il recupero limitatissimo di elementi di decorazione marmorea sia da collegare all’attività di spoliazione a cui la struttura fu soggetta. L’edificio appare costruito ex novo in un’area divenuta via via sempre più marginale nel tessuto urbano e destinata a zona di scarico, come indica il considerevole numero di fosse, 17 in tutta l’area della chiesa, la cui realizzazione ha in molti casi obliterato i livelli musivi di età romana. L’intera chiesa risulta interessata da fosse terragne per inumazione, relative a due fasi cimiteriali posteriori alla costruzione dell’edificio, e precedenti la realizzazione di tombe-ossario in epoca tardomedievale. La stratigrafia ha poi rivelato la riutilizzazione tarda di alcune fosse di scarico, in relazione ad una risistemazione della pavimentazione della chiesa in epoca postmedievale; in tale direzione vanno le indicazioni fornite dai materiali ceramici rinvenuti.
Lo scavo ha restituito, tra gli altri, due interessanti reperti. Il primo, rinvenuto durante l’intervento del 1993, è un frammento di lastra con un’epigrafe in caratteri greci, pubblicato recentemente da Lidio Gasperini ed erroneamente indicato come proveniente dalla chiesa di S. Paolo, in cui compaiono il poleonimo Bréntesis ed il teonimo Aphrodite; è stato reimpiegato come “rinforzo” di due fosse terragne per inumazione.
Interessante per la storia dell’edificio il recupero del secondo reperto, un consistente frammento dello stipite sinistro dell’attuale portale d’ingresso principale, come conferma il combaciare perfetto della decorazione, riutilizzato come materiale da costruzione della muratura di un ossario.

Frammento di lastra con epigrafe in caratteri greci recuperata nell’intervento del 1993

Frammento dello stipite sinistro dell’attuale portale d’ingresso, rinvenuto durante l’intervento di scavo

Benedetta Braccio

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La Domus di età romana imperiale
Lo scavo in estensione, effettuato all’interno del tempio di S. Giovanni al Sepolcro negli anni 1993-1995, consente di individuare preliminarmente le caratteristiche di una residenza di età romana imperiale. L’inquadramento cronologico potrà, comunque, essere ulteriormente definito dopo lo studio dei materiali ancora in corso di catalogazione; non è preclusa, inoltre, la possibilità di delineare compiutamente lo sviluppo planimetrico del complesso, Soprattutto a sud-est del tempio, in un’area attualmente destinata ad orto e giardino, dove già le ricerche del 1969 evidenziarono l’esistenza di mosaici.
L’impianto della domus presenta uno sviluppo assiale da ovest ad est, con l’ingresso, non individuato, su uno dei cardina (e) nord-sud dell’impianto urbanistico di Brindisi romana, parallelo alla strada basolata visibile all’interno dell’area archeologica di San Pietro degli Schiavoni. Le strutture murarie, secondo la tradizione costruttiva documentata in Brindisi dall’età ellenistica alla tardo imperiale romana, sono in opera quadrata, realizzata con blocchi di carparo.

Della domus si conserva, dunque, l’atrio (f), con l’impluvium (g) rivestito di marmo lunense, con bordo sagomato (conservato per m 1.28 x 0.70), l’ala sinistra e il tablinum (h), in asse con l’ingresso e separato dall’atrio da elementi mobili.
La datazione della domus fra la seconda metà del I e il II secolo d.C. è attualmente basata sull’analisi delle pavimentazioni musive: il mosaico del tablinum è a tessere bianche (cm 2×1), con decorazione geometrica in nero di stelle di quadrati e di rombi che si dipartono da un quadrato centrale con losanga interna.


Un motivo decorativo che sembra richiamare quello delle mura merlate, ulteriormente delimitato da tre fascette parallele, dovrebbe ricadere in corrispondenza di una soglia, che metteva in comunicazione il tablinum con la parte retrostante della domus. A nord del tablinum, forse in corrispondenza di un triclinium (i) , si è messo in evidenza un lembo di mosaico a decorazione geometrica in nero.
La pavimentazione dell’atrium e dell’ala è costituita da un tappeto di tessere nere, marginato lungo i muri perimetrali da una larga fascia in bianco intervallata da una più stretta in nero. I bordi dell’impluvium sono segnalati da una fascia con pelte (l) in bianco ed elementi cuoriformi interni in nero. La decorazione è racchiusa da una fascia bianca, che ad est forma una lunetta. Il raccordo tra il mosaico dell’atrio e i setti murari intonacati e dipinti è realizzato con lastre marmoree.


A nord del muro perimetrale dell’atrio, si apre un’area, notevolmente compromessa dalla frequentazione successiva, in cui si è riscontrata la presenza di un semplice piano di calpestio. I setti murari che la delimitano a nord non sono perfettamente in asse con il muro perimetrale dell’ala.
A nord degli spazi sin qui descritti, si succedono tre ambienti, che in una seconda fase cronologica, ben documentata proprio dalle caratteristiche costruttive di questi vani, potrebbero essere stati destinati a tabernae (m), che prospettavano su un decumanus, probabilmente il percorso urbano dell’Appia Traiana, lungo il quale si sono rinvenute statue ritratto di età traianea.
Questa seconda fase costruttiva si potrebbe porre, dunque, proprio in età traianea, nell’ambito di un rinnovamento urbanistico, determinato dalla costruzione dell’Appia Traiana, che riconfermava il ruolo della città e del suo porto come testa di ponte con l’Oriente.
Il primo ambiente, conservato per m 3.50 x 3.50, reca un lembo di pavimentazione in marmo, forse in opus sectile (n); il Secondo, di m 3.00 x 3.70, con pareti ricoperte da due strati di intonaco, comunica con l’ala attraverso una soglia a gradini. ll terzo ambiente, invece, ha un pavimento in cocciopesto ad una quota superiore rispetto a quella dei mosaici, collegabile ad un innalzamento del piano di calpestio, piuttosto che a un originario dislivello fra i diversi ambienti della domus. La stessa pavimentazione in cocciopesto è stata evidenziata anche al di sotto delle fondazioni del tempio, pertinente ad un ambiente trasversale e contiguo ai vani paralleli.
Nell’area della domus sono stati preservati dagli interventi tardo-antichi e medioevali solo pochi lembi dei livelli di crollo di intonaci delle pareti e delle coperture. Proprio da un crollo nell’angolo nord-ovest dell’ala proviene un gocciolatoio a protome leonina. Gli intonaci recuperati sono dipinti in rosso con elementi vegetali, anche complessi, in giallo: decorazione che richiama le pitture da giardino di età imperiale di ricche residenze private.


Assunta Cocchiaro
Il contenuto di questo articolo è stato liberamente tratto dal libro: S. Giovanni al Sepolcro e S. Benedetto a Brindisi, della Soprintendenza per i Beni AAAS della Puglia – a cura di Giovanni Matichecchia e con il contributo di Benedetta Braccio e Assunta Cocchiaro
Note:
(a) I butti erano delle cavità naturali o artificiali attigue alle abitazioni costruite nel Medioevo e sino al Rinascimento che servivano per lo sversamento di rifiuti e deiezioni umane ed animali (Wikip.)
(b) Il deambulatorio (noto anche come ambulacro) è un corridoio posto intorno al coro e all’abside (Wikip.)
(c) Il marmo cipollino è una varietà di marmo utilizzata dai Romani. Veniva estratto in numerose cave situate sulla costa sud-occidentale dell’isola di Eubea, in Grecia, tra le attuali città di Styra e Karystos. Si tratta di un marmo con fondo bianco-verdastro, percorso da fitte nervature ondulate di colore verde, tendente al bluastro e percorso da spessi strati di mica. Il colore del fondo e delle venature tende a scurirsi a seconda della collocazione geografica della cava di origine da sud verso nord. (Wikip.)
(d) antica fornace per l’ottenimento della calce (Wikip.)
(e) Il cardine e il decumano erano due vie sulle quali era costruito il modello urbanistico romano, ovvero uno schema ricorrente basato sull’incrocio di queste vie: cardini e decumani.
I primi erano disposti da nord a sud, mentre i secondi in direzione est-ovest. (Wikip.)
(f) Il termine deriva dal latino atrium. Originariamente, nell’architettura romana era la stanza del focolare al centro della domus (Wikip.)
(g) L’impluvium (dal lat. in = all’interno e pluvia = pioggia), era una vasca quadrangolare a fondo piatto progettata per raccogliere l’acqua piovana e si trovava nell’atrio (Wikip.)
(h) locale adibito a salotto solitamente posto in fondo all’atrium (Wikip.)
(i) Nelle abitazioni signorili dell’antica Roma, la sala da pranzo, così chiamata dai tre letti (detti anche essi complessivamente triclinio) disposti su tre lati della tavola e sui quali, a tre a tre, si disponevano i commensali (Treccani.it)
(l) Nell’antica Grecia, scudo piccolo e leggero di forma ellittica, troncato in alto, con uno o due incavi nella parte superiore (Treccani.it)
(m) Nell’antica Roma la taberna (in latino taberna, al plurale tabernae) era un ambiente aperto su uno spazio più ampio, dotato di un’ampia porta, in genere dedicato ad attività commerciali.
(n) L’Opus sectile è un’antica tecnica artistica che utilizza marmi tagliati per realizzare pavimentazioni e decorazioni murarie a intarsio

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S. Giovanni al Sepolcro come Castel del Monte? Un quesito per matematici
La chiesa di San Giovanni al Sepolcro di Brindisi non è propriamente una rotonda. Confronti con altri edifici potrebbero sussistere per singoli elementi. L’assieme planimetrico rende questo edificio affatto singolare. La sua pianta è limitata in un arco di cerchio tagliato a nord-est sulla metà del raggio da una corda AB che termina con due absidi alle estremità ed un arco incassato al centro tra due colonne impegnate: D ed E, l’attuale fronte interno dell’edificio delimitato da una muratura di cm. 90 con colonne impegnate di cm. 44,7 di diametro di base, e da un peribolo limitato da sei colonne vive e dalle due impegnate sulla corda.


Le colonne impegnate nella muratura delimitante, al pari delle altre, poggiano su plinti di pietra calcarea, ricavati da altre costruzioni tardo-romane come è chiaro per la corona intagliata su alcuni lati dei plinti alle colonne L, M, N, costituiti da cavetto tra due tori.
Le colonne vive G, H, I, L, M, N, al pari delle colonne D, E, sono di vari marmi verdi e cipollino, alcune monolitiche ma non complete, altre ricavate dalla sovrapposizione di due o tre rocchi.(..)
Sulle colonne vive e sulle due impegnate sulla corda, si chiudono otto archi a tutto sesto che sostengono il tamburo sopra il quale poggia il soffitto in legno. Dalle stesse colonne partono gli archi che poggiano sui pulvini delle sei colonne impegnate nella muratura delimitante, costituendo le spinte al tamburo e gli appoggi per la copertura a spiovente circolare. (..)
Sulla planimetria ricavata dall’edificio esistente è stata costruita, dal tecnico Eugenio Rubini, l’antica pianta, interpretata erroneamente dai ricostruttori (alla luce delle nuove conoscenze sarebbe più esatto dire costruttori ndr) dell’XI secolo (per saperne di più clicca QUI). Infatti nel ricostruire si pensò di scaricare le spinte del tamburo e della copertura centrale su singoli archi accordati tra le colonne vive e sei colonne impegnate nella muratura esterna. L’errore che ha causato l’inclinazione dell’edificio a nord, ciò per la mancanza di equilibrio della colonna N spinta verso la corda e non sostenuta dall’arco N – N /1, è dovuto ad una lettura errata delle basi del vecchio edificio. In quello infatti dovevano esserci sei coppie di colonne impegnate nella muratura delimitante, che, per giunta, dovevano avere soltanto funzione ornamentale, essendo la copertura del peribolo a botte, terminante ad unghia con archi alle estremità G – A ed N – B, equidistanti cioè verso gli estremi del fronte d’ingresso.
La copertura centrale è possibile sia stata a cupola costruita con pseudo anforette ovvero tubi di argilla alla maniera romana.
Confermerebbe l’assunto e la cronologia l’esistenza nel Musco Provincìale di uno di questi elementi in argilla, rossa per cottura, come la maggior parte delle lucerne cristiane dei primi secoli.


La proporzione tra le colonne vive e quelle impegnate è determinata dall’utilizzazione delle prime con adattamento allo stile corinzio, ed all’impostazione con preciso modulo corinzio delle seconde.
Lo schema di progetto della prima costruzione è chiaro nella figura che può così illustrarsi. AB di cinquanta piedi romani di mm. 298 uguale a m. 14.90 è la misura prima sulla quale si costruì la pianta dell’edificio. È essa infatti la base di un triangolo equilatero con vertice C. All’incontro delle altezze, centro O, si circoscrisse una circonferenza e si costruì un altro triangolo A’ B’ C’ inscritto con i vertici sui prolungamenti delle altezze del primo triangolo. Dall’incontro dei lati dei due triangoli si ottenne un esagono a cui si inscrisse e circoscrisse due circonferenze e si tagliò la corona circolare così ottenuta a metà, con una terza circonferenza sempre di centro O.
I punti di incontro dei lati e delle altezze del triangolo A’ B’ C’ con quest’ultima circonferenza furono i centri delle colonne vive G, H, I, L, M, N, trascurando gli altri tre punti verso la corda che servirono invece per ricavare i punti di fuga 1 e 2. Infatti unendo F con M ed H e gli altri due punti con G ed N rispettivamente si ottennero i detti punti di fuga 1 e 2 dai quali tracciati i segmenti passanti per i centri delle colonne vive G, H, I, L, M, N, determinarono sulla circonferenza circoscritta al primo triangolo i centri delle colonne impegnate nella muratura perimetrale. L’ingresso all’edificio è ricostruito idealmente mancando elementi in loco.

Bibliografia:

Liberamente tratto da “I primi edifici di culto cristiano in Brindisi”, di Rosario Jurlaro. Estratto dagli atti del VI Congresso Internaz. Di Archeologia Cristiana, Ravenna 23-29 settembre 1962

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